Condivisione, dialogo, scambio, partner, accompagnare, ascoltare, coinvolgere: quanto nella nostra società sentiamo pronunciare queste parole? Quanto i temi della relazione e dell’incontro sono cruciali nelle nostre attività e nella nostra quotidianità? Abbiamo l’impressione che le nostre esperienze siano continuamente intrise di rapporti con gli altri di cui non si può fare a meno. Perché?
Le risposte a questa domanda sono tantissime. Si spazia da riferimenti piuttosto banali alla vita quotidiana a complesse teorie filosofiche che riempirebbero trattati ed enciclopedie. Noi ci limitiamo a raccontare una via di mezzo, spiegando quello che può stare nello spazio di una pagina web. La risposta che vogliamo commentare è questa: sociologia relazionale.

La sociologia relazionale riflette sull’importanza che hanno le relazioni nella nostra società. Prova a spiegare come ogni realtà sociale emerga da un contesto di relazioni che sono il vero e proprio punto di partenza di ogni esperienza con gli altri. È un approccio tutt’altro che scontato: fino al secolo scorso si dibatteva se fossero le regole sociali a dettare le azioni degli individui o se viceversa ogni persona avesse un grande margine di libertà. La sociologia relazionale va oltre: tutte le nostre esperienze nascono a partire da questo istintivo bisogno di relazioni, che domina ogni realtà sociale segnando le regole dei gruppi e la libertà individuale. Affermare che “la società è relazione” può sembrare quasi ovvio, ma non è mai accaduto prima che la relazione fosse così centrale nell’analisi delle società. La relazione viene prima di tutto, è un valore intrinseco nell’essere umano e può essere vista come meta finale di tutte le nostre esperienze sociali.
Oltre a questo primo punto di vista, sono state identificate altre due prospettive con cui considerare la relazione nella società. In primo luogo, può essere vista come un vero e proprio riferimento intenzionale a cui ci si rivolge per i nostri obiettivi: già nei nostri pensieri, nella nostra immaginazione e nelle nostre intenzioni la relazione è un aspetto intrinseco delle nostre attività e iniziative, un faro a cui facciamo riferimento anche inconsapevolmente. Inoltre, la relazione è un effetto che emerge da un complesso di persone e che rende l’insieme maggiore della somma delle sue parti: si tratta di un fenomeno che nasce da aggregati di persone ma che va al di là dell’unione dei singoli.

Analizzando semplicemente questi primi approcci alla teoria relazionale della società, si ritrova la strada spianata per comprendere molti dei fenomeni sociali che ci circondano. L’uomo tende alla relazione più di quanto ci potremmo immaginare: dal contesto familiare alla grande azienda, da un gruppo di amici all’ente del terzo settore diventa evidente come la capacità di fare rete non sia semplicemente un mezzo per il raggiungimento di obiettivi ma diventi, talvolta, l’obiettivo stesso.

La relazione è un tema da sempre molto caro ad Accademia. Fare rete è ciò che la contraddistingue e la sostiene: Accademia nasce grazie alla collaborazione coi suoi partner che supportano ogni iniziativa e fanno nascere nuovi legami fra gli stakeholder. E’ chiaro anche graficamente: non è un caso che fra i primi contenuti visibili sulla home page del sito si trovano le citazioni di partner e comitato d’indirizzo. Comitato d’indirizzo, già: un gruppo di persone a cui Accademia si ispira per le sue attività e che guida tutte le iniziative. Un segnale ulteriore del grande impatto delle relazioni nella nostra collettività: non soltanto relazioni come creatrici di realtà sociali, ma anche come specchio per capire l’effetto delle iniziative nell’ambiente. Si va ancora oltre: la capacità di unire mondi molto diversi che normalmente non dialogano fra loro è nel DNA di Accademia. Se realtà che non hanno mai avuto a che fare con il mondo del volontariato contribuiscono ai progetti dell’associazione si arriva a una crescita per tutti. Non si tratta soltanto di un valore cardine per Accademia, ma di una realtà che più volte si è dimostrata efficace anche sul campo. Un esempio è stata la collana di fumetti (un progetto che potete scoprire qui): sono stati coinvolti il Rotary Club Torino sud-est, associazioni di fumettisti che lavorano con giovani, Accademia che fa attività culturale e i musei.
Quella di fare rete è una mission ancora più convincente, se pensiamo che il fine ultimo di Accademia è esclusivamente quello di arricchire i suoi partner e non di generare profitto all’interno dell’associazione. Non si tratta, quindi, di una società di consulenza o di qualsiasi organizzazione che opera a scopo di lucro: finalità prettamente opportunistiche vengono abbandonate per implementare attività che favoriscano la crescita di chi si interfaccia con Accademia.

Sembra che lo stiamo capendo sempre di più, tutti noi e Accademia per prima: le relazioni non sono fatte da persone, le relazioni sono le persone.

Filippo Tamietti

 

SITOGRAFIA

https://it.wikipedia.org/wiki/Sociologia_relazionale

BIBLIOGRAFIA

“Che cos’è la sociologia relazionale? Breve itinerario di conoscenza della teoria relazionale in sociologia” di Pierpaolo Donati

 

 

– “Progettazione ad impatto sociale”.
– Okay, non mi hai detto nulla di incomprensibile. Significa fare un progetto che abbia un impatto sociale; non credo ci sia bisogno di ulteriori spiegazioni.
– D’accordo: se ti basta quella definizione, non vedo il bisogno di andare avanti.
– Perfetto, a posto così allora.
– Bene. Prima che ti interrompessi stavamo parl…
– Anzi, aspetta. Sai che forse quella definizione che ti ho dato non mi soddisfa? Non so… mi sembra un concetto semplice, ma non riesco ad afferrarlo… a padroneggiarlo.

Probabile che non tutti reagiscano allo stesso modo, la prima volta che sentono parlare di progettazione ad impatto sociale, ma per me è stato così; qualcosa di molto simile a quel dialogo si è svolto fra me e la mia coscienza, non disposta a fermarsi ad una definizione così banale e incompleta della locuzione. In sé le parole che la compongono sono molto conosciute, utilizzate in svariati contesti; ma accostate in quella maniera restituiscono un senso di indefinitezza che solo un approfondimento della questione può aiutare a chiarire.  

Per farci un’idea di cosa sia la progettazione a impatto sociale, può essere utile partire da un rapido inquadramento del contesto in cui si inserirà il nostro discorso. La progettazione di cui stiamo parlando è quella operata dagli enti del Terzo Settore; quest’ultimo si ritrova in una fase di passaggio, la cui direzione è quella di un maggior inserimento nel mercato, con crescenti rapporti con gli istituti di credito. Con uno sguardo più ampio, ci accorgiamo che in Italia sta avvenendo una storica transizione da un modello di Welfare State a quello di Welfare Society; ovvero, per quel che ci interessa, da un modello in cui le risorse sono di natura pubblica e lo Stato rimane titolare della progettazione dei servizi sociali a un modello in cui i cittadini sono coinvolti nel processo di pianificazione e produzione di questi. In questo nuovo contesto, per gli enti del Terzo Settore diventa necessario implementare metodologie e strumenti per la valutazione dell’impatto sociale del loro operato sulle comunità di riferimento.

Ma cos’è questo impatto sociale? E come si valuta?

L’impatto sociale viene generalmente definito come il cambiamento sostenibile di lungo periodo nelle condizioni delle persone o nell’ambiente che l’intervento ha contribuito parzialmente a realizzare, poiché influenzato da altre variabili esogene. L’impatto viene determinato tenendo in considerazione anche gli esiti di quella che in ambito scientifico viene chiamata “analisi controfattuale”, ovvero quella valutazione che permette di verificare cosa sarebbe successo in assenza dell’attività implementata dall’organizzazione e, di conseguenza, la causalità tra l’operato dell’organizzazione e l’impatto generato.
Il tema dell’impatto sociale e della sua valutazione è stato normato a livello istituzionale da una legge del 2016 che recita così: “Per valutazione dell’impatto sociale si intende la valutazione qualitativa e quantitativa, sul breve, medio e lungo periodo, degli effetti delle attività svolte sulla comunità di riferimento rispetto all’obiettivo individuato”. (legge n 106, 6 giugno 2016, art. 7 comma 3).

Quello della valutazione dell’impatto sociale è un argomento veramente spinoso, perché tira in ballo molte variabili mettendo in discussione l’intero progetto o addirittura la sua legittimità. Per capire meglio con quali problematiche debba fare i conti un progettista sociale, possiamo citare a titolo esemplificativo alcuni tra i maggiori rischi. Innanzitutto non sempre risulta facile stabilire se l’impatto sociale atteso da un certo progetto sia desiderato o meno da quelli che dovrebbero esserne i beneficiari. A prima vista, questa potrebbe sembrare un’assurdità; prima di cominciare un progetto è ovvio che ci si debba assicurare che gli effetti ricercati siano desiderati dai beneficiari, no? Eppure lo sappiamo tutti che la realtà è per sua natura complessa, e trascurare un aspetto seppur apparentemente così banale sarebbe un errore. Sempre tra i rischi in grado di rendere fallimentare un progetto troviamo una possibile carenza di rapporti tra i beneficiari e i promotori del progetto, una sfiducia nei confronti di chi propone l’intervento, la messa in atto di azioni non compatibili con l’identità valoriale dei beneficiari, o altro.

Ora che abbiamo le idee più chiare sulla natura dell’impatto sociale, sull’importanza e complessità della sua valutazione, e sui rischi che la relazione fra i promotori del progetto e i beneficiari o l’impatto possono comportare, possiamo cominciare a parlare della progettazione; ovviamente quello che tratteremo non vuole esaurire l’argomento (la cui vastità è sorprendente), ma restituirci un’idea generale della progettazione per poterci orientare meglio all’interno dei suoi orizzonti.

Per capire come nascano i progetti, può essere utile distinguerli in due tipi; quelli che nascono da un’iniziativa autonoma interna ad un’organizzazione, e quelli che vengono sviluppati a seguito dell’accoglimento di una richiesta esterna all’organizzazione. Nel secondo caso vi è quindi la presenza di un committente, il quale si fa interprete di un bisogno proprio e altrui e pone una domanda di aiuto-intervento. E’ necessario evidenziare però, che può anche non esserci un committente; in questo caso si tratterà di rispondere a pressioni, richieste, che vanno comprese e analizzate.
Il processo più tipico che dà l’avvio ad un progetto a impatto sociale è il seguente; un ente pubblico o privato propone un bando con finalità ben precisate, indicandone l’area d’intervento, i risultati attesi e i criteri di valutazione; l’ente valuta allora i progetti presentati e solo quelli che otterranno i migliori punteggi verranno finanziati. Riporto un esempio per farci un’idea più concreta della questione.

Nel 2018 Banca Etica ha indetto un bando chiamato “Innovare in rete”, mettendo un fondo di dieci milioni di euro per startup capaci di generare cambiamenti a impatto sociale e ambientale. La call è stata aperta a startup innovative con priorità per quelle che coinvolgono donne e giovani sotto i 35 anni, piccole e medie imprese, cooperative sociali, associazioni, fondazioni e altri enti del terzo settore; il finanziamento ottenibile dai progetti selezionati potrà essere compreso tra i 100mila e i 700mila euro, da restituire in 10 anni. I settori di intervento previsti includono, per citarne solo alcuni, la manifattura digitale, Ict, agrifood, welfare, healt, robotica, smart mobility, smart energy, qualità della vita, open and big data, creatività e cultura. I progetti saranno accompagnati da servizi di assistenza tecnica, di incubazione, accelerazione e consulenza da parte di esperti. Banca Etica individua i criteri di valutazione nel valore dell’idea progettuale, nella qualità e preparazione delle risorse umane, nella presenza di donne e giovani sotto i 35 anni, nel tasso di innovazione sociale dell’idea progettuale e negli accordi e partnership a sostegno di questa.

Questo esempio concreto ci fornisce un’idea generale, ma con indicazioni significative, di come oggi nascano buona parte dei progetti a impatto sociale.

Ma perché fare dei progetti a impatto sociale? E perché un ente che fa del volontariato dovrebbe occuparsi di progettazione sociale?

Brevemente, possiamo dire che le motivazioni possono essere connesse alla scarsità di risorse finanziarie disponibili per le politiche sociali; oppure alla necessità di produrre, a parità di risorse, servizi innovativi e maggiormente rispondenti alle esigenze ed ai bisogni degli utenti-clienti di personalizzare rendere flessibile l’offerta; o ancora all’opportunità di creare strategie concertate tra diverse organizzazioni pubbliche e private nella gestione dei servizi. Per quanto riguarda le motivazioni che spingono organizzazioni di volontariato ad interessarsi alle metodologia della progettazione, è doveroso sottolineare che l’imponente sviluppo di queste organizzazioni, a cui abbiamo assistito recentemente, è cresciuto di pari passo con l’esigenza di qualificare gli interventi, lavorare in rete, adottare una progettazione concertata; è diventato necessario, per questo, apprendere la metodologia del “lavorare per progetti” per migliorare i propri interventi. In aggiunta a ciò, pare che non di rado vengano erogati contributi pubblici e privati per sostenere le attività di quelle organizzazioni che dimostrino di saper usare strumenti e tecniche di progettazione e di lavorare in una logica di collaborazione.

Senza addentrarsi in questioni più specifiche, questo articolo vuole essere un primo approccio alla materia, con una riflessione sulla natura dell’impatto sociale, sulla nascita di un progetto e sulla sua presa in carico, e sulle motivazioni che spiegano l’esistenza della progettazione.

 

Andrea Finamore

 

SITOGRAFIA

 

Perché progettare a impatto sociale? Quanto è importante dare risposte concrete alla collettività? Vi sono strumenti o metodi per fare ciò? Quanto serve avere consapevolezza, mentalità elastica e visione progettuale per sviluppare un progetto efficace?

Per rispondere a tutte queste domande nasce il laboratorio di “Pensare Sociale” dove mentor e tutor di Accademia affiancheranno i giovani interessati nello sviluppo di un progetto per tre serate durante le quali si immergeranno in questi argomenti:

  • Progetto: quali sono le 10 caratteristiche di un progetto

  • Valore sociale: che cos’è e come si misura

  • Stakeholder: clienti, beneficiari, partner e gli altri attori coinvolti nel progetto

  • Soluzione: come costruirla e le sue risorse chiave

  • Costi progettuali: come identificarli

La partecipazione è gratuita. Ci vediamo mercoledì 7 novembre dalle 18.30 alle 21.00 e mercoledì 14 e 21 novembre dalle 18.30 alle 22.30, presso il Centro Servizi per il Volontariato Vol.To in via Giolitti 21, Torino.

 

Negli ultimi anni la progettazione sociale è diventata importante per la crescita e lo sviluppo delle organizzazioni di volontariato. Il contesto pubblico e sociale è mutato velocemente ed il concetto di “sociale” si sta allargando, uscendo dai confini del “Volontariato” per abbracciare la società nel suo complesso. Non sono più sufficienti le esperienze acquisite sul campo (“il fare”) o l’applicazione di metodologie (“il sapere”). Occorre acquisire una mentalità (“saper fare”): non si partirà più da uno specifico bisogno, ma da opportunità, esigenze e problemi in risposta ai bisogni crescenti e variegati della collettività.

E’ da questa consapevolezza e necessità che nasce in collaborazione con Vol.To (Centro Servizi per il Volontariato) il Bando “Pensare Sociale”, un percorso gratuito su come progettare nuovi servizi e modelli a impatto sociale, attraverso lezioni frontali, incontri di mentoring, di tutoraggio ed esercitazioni con manager aziendali e progettisti sociali. L’Associazione Accademia di Progettazione Sociale Maurizio Maggiora mette a disposizione 8 borse di studio che consentiranno ai giovani, di età compresa tra i 18 e i 35 anni, di:

  • Imparare a progettare partendo da un’idea nata da un’esigenza, opportunità o criticità

  • Acquisire una visione e una mentalità progettuale

  • Progettare facendo volontariato e accrescendo le proprie competenze impadronendosi di differenti strumenti e metodologie di progettazione e di valutazione dell’impatto sociale

  • Conoscere esperienze e metodi progettuali provenienti dal profit e dai differenti ambiti del Terzo Settore

  • Vivere un’esperienza concreta in cui ideare e realizzare un progetto

 

Per partecipare al bando ciascuna Organizzazione di Volontariato dovrà inviare una mail al Centro di Servizio per il Volontariato all’indirizzo di posta elettronica centroservizi@volontariato.torino.it entro il 15 ottobre 2018.

Entro il 24 ottobre 2018 tutti i candidati effettueranno, presso Vol.To, un colloquio di approfondimento ed un test orientativo volto a verificare le competenze di partenza.

 

Per informazioni, scrivere a pensare.sociale@accademiamm.it

 

Perché progettare a impatto sociale? Quanto è importante dare risposte concrete alla collettività? Vi sono strumenti o metodi per fare ciò? Quanto serve avere consapevolezza, mentalità elastica e visione progettuale per sviluppare un progetto efficace?

Per rispondere a tutte queste domande nasce il laboratorio di “Pensare Sociale” dove mentor e tutor di Accademia affiancheranno i giovani interessati nello sviluppo di un progetto per tre serate durante le quali si immergeranno in questi argomenti:

  • Progetto: quali sono le 10 caratteristiche di un progetto

  • Valore sociale: che cos’è e come si misura

  • Stakeholder: clienti, beneficiari, partner e gli altri attori coinvolti nel progetto

  • Soluzione: come costruirla e le sue risorse chiave

  • Costi progettuali: come identificarli

La partecipazione è gratuita. Ci vediamo mercoledì 10 ottobre, dalle 18.30 alle 21.00 e mercoledì 17 e 24 ottobre, dalle 18.30 alle 22.30, presso il Centro Servizi per il Volontariato Vol.To in via Giolitti 21, Torino.